Trentadue anni senza Elisa Claps: uno dei delitti italiani più sconvolgenti
Elisa Claps aveva solo sedici anni quando la sua vita fu spezzata. Nata a Potenza nel gennaio del 1977, frequentava il liceo classico e coltivava il sogno di diventare medico. Sognava di partire per l’Africa, di curare e aiutare chi aveva più bisogno, con quell’entusiasmo che solo l’adolescenza sa donare. Il 12 settembre 1993 uscì di casa per un breve appuntamento alla chiesa della Santissima Trinità, nel cuore della sua città. Da quel momento, di lei non si ebbero più notizie.
17 anni di attesa, poi il ritrovamento
Per diciassette anni la sua famiglia visse nell’angoscia, tra indagini complicate, silenzi e speranze tradite. Poi, il 17 marzo 2010, la verità emerse in tutta la sua crudezza: il corpo di Elisa fu ritrovato nel sottotetto della stessa chiesa in cui era stata vista l’ultima volta. Un luogo frequentato quotidianamente, eppure rimasto inaccessibile alla giustizia e alla pietà per quasi due decenni.
La condanna di Danilo Restivo
Le indagini portarono alla condanna di Danilo Restivo, già noto per altri comportamenti inquietanti, ritenuto responsabile dell’omicidio. La sentenza definitiva stabilì trent’anni di reclusione. Ma se il colpevole fu individuato, le domande non si sono mai spente. Perché nessuno vide o denunciò ciò che si celava nel sottotetto? Ci furono depistaggi o omissioni che hanno ostacolato la scoperta del corpo? Interrogativi che, ancora oggi, alimentano un dolore che non si è mai chiuso.
Le iniziative del trentaduesimo anniversario
Quest’anno Potenza si è raccolta ancora una volta intorno al ricordo di Elisa. Davanti alla chiesa della Trinità sono stati deposti fiori e la sua foto è tornata a guardare i passanti. L’associazione Libera ha promosso il progetto della “panchina rossa”, simbolo contro la violenza e al tempo stesso segno tangibile della memoria viva. Per la madre di Elisa, Filomena Iemma, rimane però il rifiuto di ogni celebrazione che non faccia davvero i conti con la responsabilità morale di chi, a suo avviso, avrebbe potuto fare di più. Da qui la sua richiesta di rimuovere la targa dedicata a don Mimì Sabia, parroco all’epoca dei fatti, considerata per lei una ferita ancora aperta.
Se il dolore resta incancellabile, la speranza ha trovato un modo per resistere. In Congo, a Goma, è stato inaugurato un ambulatorio che porta il nome di Elisa Claps. Un luogo in cui si curano le persone, esattamente come lei avrebbe voluto fare. In questo progetto prende forma la possibilità che la memoria non sia soltanto ricordo, ma anche futuro, trasformando la tragedia in un gesto di solidarietà.

Scrivo e sono content creator True Crime su Youtube , canale SCARLETT NOIR.
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