Politica italiana in fermento: le divisioni interne di M5S e Lega
La politica italiana sta vivendo un periodo di fermento in vista delle elezioni amministrative di primavera, in programma il 24 e 25 maggio. Tra i cittadini chiamati alle urne spiccano quelli di importanti città metropolitane come Venezia, Reggio Calabria e Messina.
Ma mentre partiti nazionali e movimenti civici scaldano i motori per la campagna elettorale, si fanno ancora i conti con la vittoria del NO al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, sul quale gli italiani si sono espressi il 22 e 23.
La bocciatura della riforma della giustizia promossa dal guardasigilli Carlo Nordio ha provocato un vero e proprio terremoto in seno al governo, con le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e del ministro del Turismo Daniela Santanchè.
Dall’opposizione, i parlamentari di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto nei giorni scorsi anche le dimissioni dello stesso Nordio, ritenuto il principale responsabile politico della riforma bocciata.
Per quanto riguarda il dicastero vacante, quello del Turismo, è stato il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ad assumerne la guida ad interim. Nelle ultime uscite pubbliche, il premier e i suoi due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, hanno ribadito a più riprese che la sconfitta al referendum non ha inciso sulla tenuta dell’esecutivo, che — assicurano — arriverà fino al termine naturale della legislatura. Nella realtà in atto, il governo è impegnato su più fronti: dalla riforma della legge elettorale, all’apertura dei cantieri del Ponte sullo Stretto, fino alle questioni legate alla sicurezza.
Una narrazione, quella della maggioranza, che convince poco il centrosinistra che, pur con elezioni politiche previste sulla carta nel 2027, ha già iniziato a organizzarsi per arrivare preparato anche a eventuali elezioni anticipate. Il dibattito interno è incentrato su primarie di coalizione e soprattutto su un programma condiviso.
Ma a parte la solita dicotomia parlamentare tra le forze di maggioranza e quelle di opposizione, stanno emergendo contrasti anche all’interno di due partiti nazionali degli opposti schieramenti che nel 2018 hanno dato vita al governo giallo-verde: il Movimento 5 Stelle e la Lega.
M5S, Toninelli critica la leadership di Conte
Se all’esterno il Movimento 5 Stelle si presenta come forza centrale dell’opposizione, all’interno convivono due anime in contrasto: quella della prima ora, che fa capo al fondatore Beppe Grillo, il comico genovese che nel 2009 diede vita alla formazione a suon di “vaffa” verso la classe politica del tempo raccogliendo il malcontento degli italiani, e quella di Giuseppe Conte, ex premier e attuale capo politico. Poco dopo le elezioni europee del 2024, il “guru” del movimento aveva commentato il 9,98% ottenuto dalla sua creatura dal Teatro Romano di Fiesole:
“È un momento storico, ho incontrato Giuseppe Conte, mi ha fatto un po’ tenerezza: ha preso più voti Berlusconi da morto che lui da vivo. Conte deve capire che io sono essenziale e non so come andrà a finire con lui… non è più il momento di gridare, è l’epoca di Conte, è una persona moderata. Il Movimento che abbiamo fatto forse non c’è più, dicono che forse siamo vaporizzati, forse è la parola giusta. Abbiamo fatto delle cose meravigliose.”
A riportare in luce la divisione interna ci ha pensato l’ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, che durante la campagna referendaria si è smarcato dalla linea ufficiale del partito, schierandosi a favore del SÌ e attaccando pubblicamente la leadership di Conte.
Nell’esperienza di governo, il M5S era favorevole al sorteggio dei due terzi dei giudici all’interno del CSM, motivo per cui Toninelli ha sostenuto la riforma Nordio. In un video in cui spiegava le sue ragioni del SÌ respingendo le accuse di tradimento, ha parlato anche del “tradimento” politico di Conte, accusato di aver accettato le liste bloccate. In un nuovo intervento, Toninelli ha suggerito all’ex alleato e alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, di “chiudersi in un ufficio e redigere un contratto di governo invece di bearsi di un successo, quello del NO al referendum, che più che un merito loro è stato un suicidio politico di Giorgia Meloni, incapace di fare una giusta riforma della Costituzione”.
Ad un anno dalle elezioni politiche, resta da chiedersi se la resa dei conti all’interno del Movimento 5 Stelle resterà fredda oppure se ci saranno ribaltoni che potrebbero portare i pentastellati a una maggiore autonomia; oppure, eventualmente, i panni sporchi si laveranno dopo le urne.
Lega, Salvini e la frattura con la vecchia guardia
Anche all’interno della Lega i contrasti sono tornati sotto i riflettori. La leadership di Matteo Salvini, che dal 2018 guida il partito più longevo presente in Parlamento come forza sovranista e non più autonomista, si è trovata recentemente sotto pressione da parte della cosiddetta “vecchia anima” leghista, storicamente vicina a Umberto Bossi.
L’occasione che ha messo in luce queste tensioni è stata il funerale del Senatùr, dove il ministro delle Infrastrutture è stato fischiato da una parte dei partecipanti, richiamando alla ribalta le divisioni storiche all’interno della Lega. Durante l’ultimo saluto a Bossi sono tornati in auge simboli della Lega Nord, come le storiche camicie verdi, e gli slogan da “Secessione” a “Roma Ladrona, la Lega non Perdona”.
I fischi a Salvini, uniti ai risultati elettorali, hanno riportato sotto i riflettori il confronto tra la linea più istituzionale e sovranista promossa dall’attuale segretario e quella nostalgica del movimento federalista originale, legata ai valori storici della prima Lega.
A questo si aggiunge il calo di consensi ottenuto dal Carroccio alle elezioni europee del 2024, in parte compensato dall’exploit del cosiddetto “traditore” Vannacci, che hanno fatto passare in secondo piano l’attuale ruolo del partito all’interno della maggioranza. La gestione di Salvini viene osservata con attenzione dalla corrente della “prima guardia”, che auspica un ritorno all’identità storica e culturale del movimento.
Nel contempo, il vicepremier continua a portare avanti le proprie battaglie politiche, dopo essere stato rieletto per acclamazione nell’ultimo congresso del partito: dai cantieri del Ponte sullo Stretto all’autonomia differenziata, con l’obiettivo di rafforzare la presenza della Lega sul territorio e nel dibattito nazionale.
Ad oggi resta da vedere se questi segnali di malcontento interno si tradurranno in aperta contestazione o se la leadership di Salvini riuscirà a riunire il consenso dentro il partito fino alle prossime elezioni.

