Referendum 2025, quorum non raggiunto: le reazioni della politica
Il referendum abrogativo promosso dalla CGIL e sostenuto dai partiti di centrosinistra – come il Partito Democratico e +Europa – oltre che da associazioni come l’ARCI, non ha raggiunto il quorum del 50%+1 degli elettori. I cinque quesiti, incentrati su temi legati al lavoro e alla cittadinanza, hanno rappresentato uno degli argomenti più dibattuti dell’ultimo periodo. Alla fine, però, a vincere è stato il “partito del Non Voto”, sostenuto dalle forze di centrodestra che, per tutta la campagna referendaria, hanno invitato gli italiani ad “andare al mare” anziché alle urne. Una scelta, quella dell’astensione, pienamente legittima in tema di referendum, già adottata in passato da altri Presidenti del Consiglio. Un esempio, neanche troppo lontano, è quello dell’allora Capo del Governo Matteo Renzi che, nel 2016, in occasione del referendum sulle trivellazioni, lanciò un appello simile a quello dell’attuale premier Giorgia Meloni.
Alle urne, nelle giornate di domenica 8 e lunedì 9 giugno, si sono recati solo 14 milioni di italiani – pari al 30,6% dell’elettorato – decretando così il mancato raggiungimento del quorum. Stando ai dati ufficiali, a votare sono state soprattutto le donne (circa il 7% del totale), che – indipendentemente dall’orientamento – hanno scelto di esercitare un diritto conquistato a fatica dopo anni di lotte. Solo in poche parti d’Italia è stato raggiunto il quorum: A Nuoro, in un comune della provincia di Perugia è stato raggiunto il quorum, in quanto sono andati a votare il 51,38%, e in quattro comuni del torinese.
I risultati del referendum hanno diviso la politica nazionale, più di quanto non lo sia stata durante la campagna referendaria: se da un lato la maggioranza esulta per il mancato raggiungimento del quorum – come, per esempio, il Presidente del Senato Ignazio La Russa che ha dichiarato, come riportato da Rai News, che “il comportamento della sinistra ha disgustato gli elettori” – dall’altro i numeri fanno riflettere le forze politiche promotrici dei quesiti. Per molti di loro, infatti, questo 30,6% è solo un punto di partenza.
Maurizio Landini ha commentato nella conferenza stampa tenutasi dopo la chiusura dei seggi, di seguito le dichiarazioni del Il Segretario Generale della CGIL, riportate da Rai News: “Oggi non è una giornata di vittoria. Contemporaneamente gli ultimi dati ci dicono che sono oltre 14 milioni le persone che hanno votato nel nostro paese cui si aggiungeranno gli italiani all’estero: un numero importante, un numero di partenza. I problemi che abbiamo posto con i referendum rimangono sul tavolo. Mollare? “Non ci penso neanche lontanamente, non credo sia oggetto di discussione. Sono abituati” i politici “a lavorare in un certo modo, in Cgil è sempre una discussione collettiva, come è stato il lavoro di questi mesi, non c’è uno che sceglie per gli altri. Naturalmente dovremo fare un approfondimento nei prossimi giorni per capire ma chi nonostante tutto quello che è avvenuto, nonostante la disinformazione, ha investito su di noi e noi abbiamo la responsabilità di dare voce a chi è andato a votare e continuare una battaglia per il futuro del Paese”.
Dello stesso avviso è la segretaria del PD, Elly Schlein, che forte del 30% ottenuto al referendum lancia il guanto di sfida a Giorgia Meloni: “La differenza tra noi e la destra di Meloni è che oggi noi siamo contenti che oltre 14 milioni di persone siano andate a votare, mentre loro esultano perché gli altri non ci sono andati. Ne riparliamo alle prossime politiche. Hanno fatto una vera e propria campagna di boicottaggio politico e mediatico di questo voto ma hanno ben poco da festeggiare: per questi referendum hanno votato più elettori di quelli che hanno votato la destra mandando Meloni al governo nel 2022. Quando più gente di quella che ti ha votato ti chiede di cambiare una legge dovresti riflettere invece che deriderla”.

