Israele ed Iran al 6 giorno di guerra
Israele con l’attacco di venerdì notte all’Iran ha reso vivo un fronte peraltro mai dormiente. È il sesto giorno di attacchi reciproci. L’operazione “rising lion”, così chiamata da Israele e che ha nel suo nome un richiamo storico preciso, era nell’aria ed i segnali c’erano tutti.
Israele nel suo primo attacco ha minato le capacità difensive iraniane, quelle nucleari (compreso l’uccisione di alcuni scienziati che lavoravano all’arricchimento dell’Uranio), ha colpito la leadership militare e dei Pasdaran. Ha messo in campo le sue doti militari, capacità Cyber, intelligence e cosi via.
Il momento per lanciare “leone nascente” non è stato scelto a caso:
- una Repubblica Islamica messa già a dura prova dai precedenti attacchi israeliani nel 2024 e sfibrata da pluriennali sanzioni economiche;
- l’asse della resistenza islamica guidata dall’Iran, composta dai suoi proxy a Gaza (Hamas), nel Libano (Hezbollah), in Cisgiordania (Jihad) e dalle milizie in Iraq e Siria, fortemente indebolita e quindi incapace di reagire a tutto campo;
- l’America di Trump che, nonostante i richiami ad evitare, ha lasciato fare per l’incoerenza e la riluttanza iraniana per un accordo sul nucleare su cui si stava negoziando. L’Iran aveva avuto dalla Casa Bianca 60 giorni per dare segnali positivi.
Ora o chissà quando avrà pensato il primo ministro israeliano.
A spingere Netanyahu a sferrare l’attacco potrebbero essere state anche le risultanze contenute nel rapporto del 3 marzo ’25 della Agenzia ONU per il nucleare. La relazione evidenzia che, attraverso idoneo processo di centrifugazione, le scorte di uranio presenti presso gli impianti di Fordow e Natanz sarebbero state sufficienti a produrre uranio arricchito per la produzione di 12-13 ordigni nucleari in due mesi.
Già nel primo attacco, tra giovedì e venerdì notte, Israele ha puntato questi impianti per arrecargli il massimo dei danni. Sappiamo che l’intenzione è quella di renderli non operativi, distruggerli. Ad Israele però manca la cosiddetta “ogiva letale” (bunker-buster bombs) ovvero quella che gli consentirebbe di perforare gli strati che proteggono i laboratori posti in profondità; solo gli USA le hanno e bisogna vedere se le forniranno ad Israele o anche se saranno essi stessi ad entrare nel conflitto con i suoi micidiali bombardieri.
Le distanze geografiche tra Israele ed Iran sono notevoli e contano in una guerra diretta ma questo conflitto è anche qualcos’altro. L’Iran può lanciare solo missili balistici e droni dal suo territorio verso Israele e questa è una limitazione. Mentre Israele può colpire con gli aerei, avendo la superiorità del cielo, ma questo comporta uno sforzo logistico ed economico importante anche perché l’IDF ha mobiliato il massimo possibile dei riservisti. Questo conflitto si sviluppa sulla velocità e capacita di Israele di raggiungere i suoi obiettivi e la resistenza iraniana per protrarre le sue risposte nel tempo. La tecnologia è a vantaggio degli Israeliani il tempo potrebbe proteggere il regime degli Ayatollah. Ed è per questo che gli USA potrebbero essere parte attiva del conflitto; non permetteranno che l’alleato di sempre soccomba.
Nella attuale fase, al sesto giorno di belligeranza, Israele non ha ancora centrato il suo obiettivo principale di smantellare il programma nucleare dell’Iran. Gli attacchi dell’IDF sono incessanti e evidenziano la debolezza delle forze della Repubblica Islamica che comunque reagisce con lancio di missili balistici e droni; di questi i pochi che superano la protezione a più livelli di Israele cadono anche sui centri abitati di Tel Aviv e Gerusalemme.
La guerra tra le due potenze mediorientali impensierisce tutti, non solo i vicini dell’area.
La dichiarazione finale del G7, tenuto in Canada il 16 e 17 giugno, fa riferimento alla nuova guerra in corso auspicando una rapida de escalation, compreso un cessate il fuoco a Gaza, il diritto di Israele a difendersi ed anche che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare.

