“Inter peggio del Mamelodi”
Parole pesanti come macigni quelle di Lautaro a seguito dell’uscita dell’Inter dal Mondiale per club: “Io non voglio perdere. Ora voglio dire una cosa: qua bisogna voler restare. Capito? Perché qua si lotta per obiettivi. Il messaggio è chiaro: chi vuole restare resti, chi vuole andare via vada via. Noi qua facciamo di tutto e ho visto tante cose che non mi sono piaciute. Io sono il capitano e voglio continuare a restare in alto. Il messaggio è chiaro. Chi non vuole restare arrivederci“.
L’Inter è uscita dal Mondiale per Club non con l’onore delle armi, ma con l’anima incrinata e il volto impiastricciato di sudore vacanziero. Sconfitta per due reti nette dal Fluminense, l’equivalente brasiliano di una sonata in minore: armonica, a tratti elegante, ma priva di vero fuoco. Lo stesso Fluzão che ha faticato contro il Mamelodi Sundowns, “i brasiliani del Sud Africa”, ha eliminato i nerazzurri esprimendo un calcio che ricorda quello delle sudamericane nelle partite di 30 anni fa in cui sconfiggevano un’Europea nella Coppa Intercontinentale.
Non è che il Flu abbia dominato in lungo e in largo. No, il problema è l’Inter: molle come panettone dimenticato a Ferragosto, dispersiva, sconnessa. Una squadra che pare aver smarrito la propria proverbiale grinta per sostituirla con una triste mollezza agostana. E a guidarla, dalla panchina, un Chivu che sembra l’ombra pensosa del terzino arcigno che fu: intelligente, elegante, ma oggi più pedagogico che incendiario. Un maestro di scuola elementare mandato in trincea senza l’elmetto.
Il girone, vinto senza brillare, era parso un lungo saggio su come non difendere a zona, su come consegnare la palla all’avversario nei pressi della propria area e su come far perdere la pazienza anche al più indulgente dei tifosi. Soprattutto negli ultimi sedici metri – quelli che separano il calcio da un semplice passatempo da spiaggia – l’Inter è apparsa evanescente.
Renato Portaluppi, antico idolo delle donne romane, ha avuto il merito di vestire il ruolo di guastatore con garbo e cinismo. La sua squadra ha aspettato, studiato, colpito. Due fendenti, due gol, due risate brasiliane. Chivu, l’altro ex romanista, è rimasto con la lezione in mano, senza averla saputa leggere. Forse troppo scolastico, forse ancora vittima della sindrome da apprendistato, forse circondato da interpreti più attenti ai post social che ai movimenti difensivi.
Si dirà: era una partita estiva. Una tappa in un calendario sempre più scellerato, tra voli intercontinentali e muscoli svogliati. Ma quando si indossa la maglia nerazzurra, si porta sulle spalle la Storia: e la Storia non conosce stagioni. Ciò che preoccupa non è tanto la sconfitta in sé – il calcio d’agosto (o di giugno) ha le sue leggi barocche – quanto la sensazione che qualcosa si sia rotto nel meccanismo. La difesa, un tempo solida, oggi pare cartapesta. Il centrocampo, cuore pulsante dell’era Inzaghi, è ora un clavicembalo scordato. L’attacco, infine, è parso impelagato nei dubbi più che nelle maglie avversarie. Zero gol contro una difesa composta da un portiere quasi 45enne e da un centrale 41enne.
E allora sì, viene da dire che il Mamelodi, squadra simpatia, almeno il suo lo ha fatto: corsa, idee, entusiasmo. L’Inter, invece, è parsa superiore solo sulla carta intestata. In campo, non è mai stata davvero lì. La speranza, per il popolo nerazzurro, è che questa débâcle serva da lezione. Che Chivu ritrovi lo sguardo feroce del difensore e lo trasmetta ai suoi. Che i dirigenti capiscano che serve ricreare un gruppo dopo la batosta in finale di Champions e la clamorosa uscita al Mondiale per club contro un’avversaria oggettivamente modesta. Per ora, l’unica certezza è che l’Inter è uscita dal Mondiale per Club. E che lo ha fatto peggio del Mamelodi.

La Redazione di PerSempreNews

